“Presso la fiamma di una candela, una sera” di Antonio Teni

Molto intensa la poesia proposta oggi da Antonio Teni , sospesa tra presenza e assenza, memoria e immaginazione. Si presenta visivamente come una scena intima illuminata davvero da quella “fiamma di una candela”: tutto è fragile, tremolante, ma proprio per questo vivo. La lirica diventa  un piccolo spazio sospeso, dove tutto sembra accadere a bassa voce: non racconta una storia lineare, ma costruisce un’atmosfera fatta di percezioni, ricordi e assenze e colpisce soprattutto la qualità delle immagini che portano ulteriore significato, nella misura in cui diventano simboli del tempo che passa e di ciò che resta. Questo stabilisce un forte rapporto tra presenza e assenza, creando una particolare  tensione emotiva coerente e personale che dà vita ad una voce autentica, capace di trasformare immagini quotidiane in qualcosa di più profondo e altamente lirico. [ M.R.Teni]

Fievole refolo e uno sberleffo
di schiarita nel cielo livido.
Riverbero stanco di un pomeriggio
di febbraio…
E tu rimiri la silenziosa crepa
di una pietra: sfregio sul volto
del tempo…
Dentro un liquido film sottratto
alla pioggia è il segreto
dell’acqua immota :
il placido sonno del fiume
che sogna.
Nel tepore masticato dal ricordo del
nostro esserci e viverci,
il freddo della tua assenza mi brucia
di una fiamma polare.
Trattiene ancora il calore
della tua anima
la tazza vuota sul tavolo.
La tua mano posata sulla mia…
un’ombra lieve sulla parete-
sotto il volto raffigurato in un sorriso –
che trema con la candela,
in un giorno di temporale.
Ti osservo mentre gli occhi sono persi
nel vuoto- uno dei tuoi tanti,
così carico di pensosità.
Forse ascolti il battito delle cose;
forse conti i passi invisibili del tempo
che ci attraversa senza far rumore.
Dove andarono le nostre parole di una volta?
Dove finiscono quelle che non diciamo?
Restano sospese nell’aria…
in quel filo sottile- un etere quasi –
tra il tuo respiro e il mio.
Un ponte fragile che ci tiene uniti
anche quando ci perdiamo.
Non so se esisti o se ho solo scritto
di te.
Come il poeta che inventa il vento
e poi lo chiama destino.

Antonio Teni

fonte di libero accesso

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“Gli anni intatti del cielo” di Apostolos Apostolou

Ghiòrgos Sarandàris:
vita, poesia e visione filosofica tra Grecia e Europa

Tra le voci più originali e sottili della poesia greca del Novecento emerge Ghiòrgos Sarandàris (1908-1941), autore di un’opera breve ma intensissima, capace di unire lirismo, riflessione filosofica e spiritualità cristiana. La sua produzione poetica, pur quantitativamente limitata a causa della morte precoce, rappresenta uno dei tentativi più profondi di conciliare esperienza sensibile e tensione metafisica nella letteratura greca moderna. 

Origini e formazione europea

Sarandàris nacque a Costantinopoli nel 1908 in una famiglia greca che ben presto si trasferì in Italia. Questo spostamento segnò profondamente la sua identità: visse tra due mondi culturali, quello greco-orientale e quello europeo-occidentale. Questa condizione di doppia appartenenza diventerà una chiave fondamentale della sua opera.
In Italia studiò giurisprudenza e filosofia, entrando in contatto con il pensiero moderno europeo e con la letteratura del primo Novecento. Bologna e altre città italiane furono decisive per la sua formazione intellettuale. Qui maturò una sensibilità poetica influenzata dall’essenzialismo linguistico e dalla ricerca della parola pura.
Il ritorno in Grecia negli anni Trenta segnò una svolta: iniziò a scrivere in greco e a inserirsi nel clima della “Generazione del ’30”, pur mantenendo una posizione autonoma e indipendente.

La poesia dell’essenziale

La sua poesia è caratterizzata da estrema semplicità e densità simbolica. I versi sono brevi, quasi sospesi, e trasformano immagini quotidiane in esperienze spirituali.

Giochi d’amore
baci e baci
seni di ragazze di donne
gigli e rose
La mia memoria sente una carezza
levo gli occhi
abbandono le mani
nell’acqua più pura
salgo su un monte celeste
(guardo un mare
che si accorge di me)
giungo alla cima
cielo insperato
e incontro le nuvole
e in mezzo alle nuvole i miei anni
intatti

Qui si vede un movimento ascensionale: dal corpo alla natura fino al cielo. Il linguaggio parte dal sensibile e si trasforma in esperienza spirituale. La memoria diventa uno strumento di elevazione, mentre il tempo si conserva invece di dissolversi.

Tempo, memoria e interiorità

Per Sarandàris il tempo non è distruzione ma possibilità. Gli “anni intatti” indicano una dimensione in cui il passato non scompare, ma resta vivo nella coscienza poetica. La memoria non è nostalgia, ma trasformazione spirituale.
La sua filosofia è contemplativa: la vita non è soltanto conflitto o crisi, ma cammino verso una forma più alta di consapevolezza.

Rapporto con Ungaretti

Un’influenza importante è quella di Giuseppe Ungaretti. Durante il soggiorno in Italia, Sarandàris entra in contatto con l’ermetismo e con la poetica della parola essenziale.
Tuttavia, mentre Ungaretti nasce dalla guerra e dalla frattura esistenziale, Sarandàris sviluppa una poesia più luminosa e armonica. Entrambi utilizzano il frammento e la brevità, ma con esiti opposti: drammatico e spezzato in Ungaretti, ascensionale e contemplativo in Sarandàris.

Eredità greca e Capodistria

La figura di Giovanni Capodistria rappresenta un modello simbolico di dedizione assoluta a un ideale superiore. Pur senza un legame diretto, entrambi incarnano una vita “missionaria”: Capodistria nella politica, Sarandàris nella poesia.
Entrambi condividono l’idea che l’esistenza sia servizio a qualcosa di più grande dell’individuo.

Cristianesimo e tradizione ortodossa

La spiritualità di Sarandàris è profondamente influenzata dalla Chiesa ortodossa greca. La sua poesia è attraversata dal simbolo della luce, centrale nella tradizione ortodossa e nella Trasfigurazione di Cristo.
Il corpo non viene negato, ma trasfigurato. Il tempo non è distrutto, ma salvato. La sua scrittura richiama anche la tradizione ascetica, dove silenzio e interiorità sono vie di conoscenza.

Guerra e morte

Sarandàris partecipò alla Guerra greco-italiana e morì nel 1941 a soli 33 anni. La sua morte precoce ha trasformato la sua figura in un simbolo poetico: una voce interrotta nel momento della massima intensità.

Eredità e significato moderno

Oggi è considerato una delle voci più pure della poesia greca moderna. La sua opera invita alla lentezza, alla contemplazione e alla ricerca dell’essenziale. In un mondo frammentato, offre uno spazio di silenzio e profondità.
Per completare il quadro della sua figura, è importante sottolineare come Ghiòrgos Sarandàris rimanga un autore difficile da classificare. La sua scrittura non è solo poesia né solo filosofia, ma una sintesi unica tra esperienza e spiritualità. La sua biografia “di confine” tra Grecia ed Europa lo rende una figura universale. La sua opera mostra come la poesia possa diventare strumento di conoscenza interiore e trasformazione dell’esistenza, collocandolo non solo nella letteratura greca, ma nella cultura europea del Novecento.

Ulteriore approfondimento: modernità e attualità

La modernità di Ghiòrgos Sarandàris risiede nella sua capacità di anticipare sensibilità contemporanee legate alla semplicità espressiva e alla ricerca dell’essenziale. In un’epoca segnata dalla complessità e dalla frammentazione, la sua poesia propone una via opposta: la riduzione come forma di verità.
La sua opera risponde alla crisi moderna non con il conflitto, ma con la ricomposizione interiore. Il mare, il cielo e la natura diventano spazi di relazione tra l’uomo e l’infinito. Questa visione rende la sua poesia sorprendentemente attuale, vicina a sensibilità contemporanee ecologiche e contemplative.
Sarandàris rimane così un autore “inattuale” nel senso più alto: non legato alle mode del suo tempo, ma capace di parlare oltre il tempo stesso, con una voce essenziale e luminosa.

 Apostolos Apostolou
  Professore di Filosofia

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“La notte solitaria” di Mariantonietta Valzano

Una poesia di delicato lirismo è proposta da Mariantonietta Valzano, che con versi ricchi di figure retoriche, dà vita a una delicata composizione in versi liberi. Pur avvolta da una vena malinconica, la lirica indulge verso una speranza che si intravede nella presenza rassicurante del cielo in contrasto con la solitudine della notte. “Un azzurro che si fonde con l’orizzonte”  comunica un senso di infinito e di liberazione  trasmettendo una sensazione di dolce resistenza al dolore. La solitudine si trasforma in speranza, trovando nel cielo un’immagine di pace e conforto anche nel buio. Il cielo assume un ruolo centrale e simbolico. Non è solo un elemento naturale, ma una presenza viva, capace di consolare e proteggere. Attraverso immagini come il “respiro lento” e l’“azzurro” che rimane nel cuore, il cielo diventa metafora di pace, continuità e speranza. Anche quando tutto sembra immerso nel buio, esso resta lì, silenzioso ma costante, quasi a ricordare che la luce non scompare davvero. La lirica diventa allora un’esperienza di consolazione, che restituisce al lettore una sensazione di calma e affidamento, attraverso immagini semplici ma evocative. [ M.R.Teni]

La notte solitaria
Lascia il segno nell’anima stanca
Che vuol sognare strade luminose
E sprofondare in caldi abbracci
Resta come consolazione
Il respiro lento del cielo
Che nel cuore resta azzurro
Come la pace
Soffice come la dolcezza di un bacio ormai dimenticato
Un azzurro che si fonde con l’ orizzonte
Sconfiggendo Il buio che morde con la sua solitudine
E finché il cuore palpitante in silenzio volerà alto
Sopra il dolore di questo strano mondo
Ci sarà sempre un cielo azzurro
… Anche di notte
A fare da coperta e cullare I sogni

Mariantonietta Valzano

ph Paola Trono

 

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Rivista Cultura Oltre – febbraio 2026–numero 2

Disponibile la rivista online  Cultura Oltre del mese di febbraio, dedicata all’approfondimento culturale. Attraverso saggi, poesie, racconti e contributi vari di studiosi e autori contemporanei, esplora temi legati alla letteratura, alla filosofia, all’arte e ai cambiamenti sociali. Con uno stile chiaro ma approfondito, Cultura Oltre si propone come uno spazio di riflessione critica, capace di offrire strumenti per comprendere la complessità del presente e interpretare il mondo con maggiore consapevolezza. Anche il numero di febbraio è ricco di articoli   che abbracciano vari ambiti della cultura, oltre alle rubriche fisse curate dai membri della redazione Mariantonietta Valzano e Cipriano Gentilino. Collaboratori per questo mese sono: Fabio Peruzzi, Silvio Valdevit Lovriha, Maria Rosaria Perrone Myriam Ambrosini,  Ospiti in questo numero:  Lucio Zaniboni, Alessandro Cristofari, Gisella d’Andrea, Maria Rosaria Quarta e Paola Liquori.

Notevoli come sempre i Contributi d’Autore: Alda Merini e Umberto Saba I contributi fotografici sono curati da Eleonora Mello e Alessandra Margiotta.

La Rivista potrà essere scaricata e stampata in pdf,
accedendo al seguente link di riferimento:
RIVISTA CULTURA OLTRE FEBBRAIO 2026

 

Auguro a tutti voi una Buona lettura e ringrazio tutti i collaboratori e gli ospiti presenti in questo numero. Si può leggere online anche inquadrando il QR code:

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CulturaOltre14.com: processi di definizione identitaria e prospettive di sviluppo di una rivista letteraria digitale

Nel contesto della trasformazione digitale dei sistemi editoriali, le riviste letterarie online assumono un ruolo sempre più rilevante quali dispositivi di mediazione culturale, spazi di elaborazione critica e piattaforme di circolazione del sapere. In tale quadro, oggi la nostra rivista, a dodici anni dalla sua fondazione avrà un nuovo corso, deciso in accordo con Mariantonietta Valzano che mi affianca in questo progetto sin dalla sua nascita. Unendo le nostre forza, affrontando anche  un nuovo impegno economico, è nata CulturaOltre14.com. Questo risultato rappresenta un passo significativo di evoluzione da progetto culturale emergente a realtà dotata di una definita identità operativa e improntata ad una libertà di espressione e di pensiero, sempre nell’ambito di un approfondimento culturale che è sempre fondamentale per affrontare il nostro presente.

Dalla fase progettuale alla definizione di una fisionomia editoriale

Come molte iniziative editoriali nate in ambiente digitale, anche CulturaOltre14.com ha attraversato una fase iniziale caratterizzata da una fisiologica fluidità, durante la quale si sono progressivamente delineati orientamenti, metodologie e obiettivi. Tale processo ha condotto alla costruzione di una fisionomia editoriale riconoscibile, fondata su criteri di coerenza tematica, rigore critico e apertura interdisciplinare.

L’identità della rivista si configura, in particolare, attraverso:

  • la definizione di una linea editoriale stabile
  • l’attenzione alle dinamiche della contemporaneità culturale
  • la valorizzazione di voci emergenti accanto a contributi più consolidati
  • l’integrazione tra dimensione critica e produzione creativa

Consolidamento e strutturazione della piattaforma

Il raggiungimento di una chiara identità segna il passaggio a una fase di consolidamento, in cui la rivista si configura come soggetto editoriale strutturato. Tale evoluzione implica un rafforzamento delle pratiche redazionali e una maggiore sistematicità nella gestione dei contenuti.

In questa prospettiva, risultano centrali:

  • l’adozione di criteri selettivi più rigorosi
  • la pianificazione di una programmazione editoriale continuativa
  • il consolidamento di reti collaborative in ambito culturale
  • l’ottimizzazione delle strategie comunicative

La dimensione comunitaria come dispositivo culturale

Un elemento qualificante del progetto è rappresentato dalla progressiva costruzione di una comunità discorsiva, intesa come insieme dinamico di autori, lettori e collaboratori coinvolti nei processi di produzione e fruizione dei contenuti.

In tale ottica, la rivista non si limita a svolgere una funzione di pubblicazione, ma assume il ruolo di:

  • spazio di confronto critico
  • laboratorio di elaborazione culturale
  • piattaforma di interazione tra soggettività diverse

Linee di sviluppo e prospettive future

A partire dalle basi consolidate, CulturaOltre14.com si proietta verso ulteriori sviluppi, orientati all’ampliamento delle proprie funzioni e alla diversificazione delle modalità espressive.

Tra le principali direttrici evolutive si possono individuare:

  • l’articolazione di nuove rubriche tematiche
  • l’integrazione di linguaggi multimediali
  • l’attivazione di collaborazioni con istituzioni e realtà culturali
  • la promozione di eventi e iniziative in ambito digitale

L’esperienza di CulturaOltre14.com evidenzia come una rivista letteraria online possa progressivamente acquisire una propria autonomia e riconoscibilità, configurandosi come attore significativo nel panorama culturale contemporaneo. Il percorso di sviluppo intrapreso dimostra la possibilità di coniugare, anche in ambiente digitale, rigore scientifico, apertura partecipativa e capacità innovativa.

In tale prospettiva, CulturaOltre14.com si candida a divenire un osservatorio privilegiato delle trasformazioni culturali in atto, nonché un punto di riferimento per la riflessione letteraria e critica nel contesto contemporaneo.

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Border-Line: Ideologia e Libertà – a cura di Cipriano Gentilino

Viviamo l’esperienza attuale di un tempo che sta, ancora una volta per rompersi in un senso profondo e perturbante. Il tempo lineare del progresso, che dalla barbarie conduce verso la civiltà, dalla superstizione verso la ragione, dalla tirannia verso la libertà sembra puntare nuovamente all’indietro. Intorno a noi le guerre non sono più fantasmi ma sono la realtà di una Europa che si trova tra una guerra che oppone gli Stati Uniti e Israele all’Iran e ai Paesi del Golfo arabo e un’altra tra l’Ucraina e la Russia. Insieme alla guerra riemerge con forza la consapevolezza della fragilità di ogni ordine geopolitico che si illudeva di essere permanente. Tutto questo mentre in Italia, a pochi giorni dal 25 Aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo, un referendum chiama i cittadini a difendere la Carta costituzionale da derive che molti avvertono come autoritarie. E negli Stati Uniti, immaginati come luogo emblematico della ideologia liberale, il pensiero MAGA ha smesso di essere un fenomeno di protesta marginale per diventare un potere con una ideologia egemone, capace di ridisegnare l’immaginario collettivo di decine di milioni di persone. Di fronte a questi questi scenari può essere utile  una riflessione comune su che cosa è ideologia e in che rapporto sta  con la libertà? E che cosa resta, oggi, della promessa democratica? La parola ideologia  ha una storia travagliata. Coniata da Destutt de Tracy alla fine del Settecento per designare la scienza delle idee, fu usata da Napoleone come insulto verso gli intellettuali disincarnati, poi fu radicalizzata da Marx nella celebre formulazione della Deutsch Ideologie: la coscienza come riflesso delle condizioni materiali di produzione, come falsa coscienza che maschera i rapporti di forza. Da quel momento, il termine oscillò continuamente tra descrizione e condanna, tra strumento analitico e arma polemica. Tuttavia limitarsi alla critica marxiana sarebbe insufficiente. Antonio Gramsci infatti, nelle sue elaborazioni carcerarie, compì un passo ulteriore e decisivo: l’ideologia non è soltanto inganno delle classi dominanti, ma il terreno stesso su cui si combatte la lotta per l’egemonia culturale. Le ideologie sono visioni del mondo che organizzano il consenso, costruiscono identità collettive, danno senso al sacrificio e alla solidarietà. In questo senso, ogni movimento politico — anche quello che si proclama anti-ideologico è portatore di una propria ideologia, spesso tanto più potente quanto più si nega come tale. Hannah Arendt, nelle sue Origini del totalitarismo (1951), identificò nelle ideologie totalitarie del Novecento una struttura peculiare: la pretesa di spiegare tutto, di trasformare la storia in un processo necessario guidato da una legge ferrea come la lotta di classe per il marxismo-leninismo, la purezza razziale per il nazismo. Ciò che rendeva queste ideologie così distruttive non era soltanto la loro brutalità pratica, ma la loro chiusura epistemica: eliminando il dubbio, annichilendo la possibilità del pensiero critico, esse rendevano i loro adepti impermeabili all’esperienza e alla realtà. Oggi, a ottant’anni di distanza, quella struttura ritorna — travestita, frammentata, digitalizzata, ma riconoscibile nelle sue ossature fondamentali. Il pensiero MAGA e i progetti politici extra Usa che in esso si riconoscono non sono identici al nazismo ma condividono con le ideologie totalitarie del Novecento alcune caratteristiche strutturali come la costruzione di un nemico interno ed esterno, il culto del capo carismatico come incarnazione del volere del popolo autentico, la diffidenza sistematica verso le istituzioni di mediazione come parlamenti, giudici, stampa, scienza e infine  la nostalgia di una grandezza originaria da restaurare. In questa confusione data dalla disconnessione delle parti e dei patti emerge per una Europa prossima il problema della libertà e in maniera sempre più cogente quello della democrazia. Il rapporto tra ideologia e libertà costituisce in realtà uno dei nodi filosofici più complessi e fecondi della storia del pensiero occidentale. L’ideologia, intesa come sistema di idee e valori che mira a interpretare e trasformare la realtà, e la libertà, come aspirazione fondamentale dell’essere umano all’autodeterminazione, hanno intrecciato le loro sorti in un dialogo spesso drammatico, talvolta fecondo, sempre comunque problematico. Nel pensiero classico, Platone offre una prima riflessione sistematica sul tema. Nella Repubblica, il filosofo ateniese delinea una società ideale guidata dai filosofi-re, detentori della conoscenza del Bene. Qui la libertà individuale viene subordinata alla giustizia e alla verità, anticipando quel paradosso che attraverserà secoli di pensiero: la libertà può realizzarsi pienamente solo all’interno di un ordine razionale. La celebre Allegoria della Caverna suggerisce che la vera libertà consista nell’emancipazione dalle false credenze, un’idea che riemergerà in forme diverse nella storia successiva. Il XVIII secolo segna una svolta decisiva. Gli illuministi, da Voltaire a Rousseau, identificano l’ideologia del progresso e della ragione come strumento di liberazione dalle catene della tradizione, della superstizione e del dispotismo. La libertà diventa un diritto inalienabile, fondato sulla natura razionale dell’uomo. Tuttavia, già Kant mette in guardia: l’uso della ragione deve essere sempre pubblico e critico, mai dogmatico. La Rivoluzione Francese, figlia di queste idee, mostrerà tragicamente come un’ideologia emancipatrice possa trasformarsi in nuovo dogma, sacrificando la libertà concreta degli individui sull’altare della Libertà astratta. Per Marx la vera libertà, per Marx, può realizzarsi solo superando le ideologie borghesi attraverso la rivoluzione proletaria e l’avvento del comunismo. Paradossalmente, questa critica all’ideologia come strumento di oppressione genererà a sua volta nuove forme di ideologia totalitaria nel XX secolo. Il secolo scorso ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze estreme del rapporto tra ideologia e libertà. I regimi totalitari, di destra e di sinistra, hanno dimostrato come un’ideologia onnicomprensiva possa annullare completamente la libertà individuale in nome di fini collettivi assoluti. D’altro canto pensatori della Scuola di Francoforte, come Adorno e Horkheimer, hanno denunciato come anche le società liberali producano forme sottili di ideologia attraverso la cultura di massa e il pensiero strumentale. Con il pensiero postmoderno, da Lyotard a Foucault, si è assistito a una radicale critica delle grandi narrazioni ideologiche. La diffidenza verso qualsiasi sistema di pensiero totalizzante ha portato a valorizzare le differenze, le identità particolari, le micro-narrazioni. In questo panorama, la libertà sembra realizzarsi più nella decostruzione delle ideologie che nella loro affermazione. Tuttavia, questa posizione solleva nuove questioni: in assenza di visioni condivise del bene comune, la libertà individuale rischia di ridursi a mero arbitrio o di lasciare spazio a nuove forme di fondamentalismo come in concreto sembrano suggerire alcune posizioni dell’ideologia MAGA. Il rapporto storico tra ideologia e libertà si rivela quindi come un pendolo tra due estremi pericolosi: da un lato, il dogmatismo ideologico che soffoca la libertà in nome di verità assolute; dall’altro, un relativismo radicale che, negando qualsiasi orizzonte di significato condiviso, rischia di rendere la libertà vuota e impotente. La lezione che emerge dalla storia è forse questa: le ideologie diventano opprimenti quando pretendono di avere l’ultima parola sulla realtà; la libertà fiorisce quando le idee, per quanto forti, rimangono sempre suscettibili di essere messe in discussione. In questo equilibrio precario, in questa tensione creativa, si gioca ancora oggi il destino della convivenza umana e dei sistemi politici realmente democratici.

Cipriano Gentilino

 

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Le “righee” di Vittorio Veneto – di Silvio Valdevit Lovriha

Proponiamo oggi una poesia di Silvio Valdevit Lovriha, “Le “Righee” di Vittorio Veneto”, basata su un tradizionale gioco pasquale in uso a Ceneda, Serravalle, Vittorio Veneto  e Meschio, riproposto annualmente durante il periodo pasquale per valorizzare le usanze locali, coinvolgendo adulti e bambini con uova sode, a volte decorate, lanciate su appositi tracciati. Così descrive l’autore:« Venivano costruite per la Pasqua nei vari cortili . Erano fatte di creta, più  o meno grandi, a forma di uovo. Il gioco consisteva nel far scivolare nella “righea” il proprio uovo sodo colorato, cercando di colpire quelli depositati degli altri giocatori. Se si centrava il bersaglio si otteneva le 5 o10 lire e si aveva il diritto di fare un altro tiro. Poi bisognava mettersi in coda per il  nuovo turno. Era importante avere anche uova sode a punta perché arrivassero da tutte le parti. Giocavano uomini e donne, anziani, ragazzi e bambini. Le “righee” venivano usate almeno per altre due domeniche dopo la Pasqua.

Le “righee” di Vittorio Veneto

Ogni borgo fea la so righea

era una gara a chi la fa pi bea.

Se lavorea par temp, senza sosta,

a Serraval, a Pieve e a Costa.

Dae moneghe in Domo la pi granda,

fatta se dis, a quel che pare,

co la creda pi bona,

quea del Monte Altare.

Omeni e femene, zoveni e veci

tutti a zogar coi duri colorati ovi

attenti che i restasse boni, come novi.

Intanto che i ovi se rodoea par la righea

se fea do ciacoe e, contenti, se ridea.

Silvio Valdevit Lovriha

 

Ogni borgo faceva la sua “righea”

era una gara a chi la faceva più bella.

Si lavorava per tempo, senza sosta,

a Serravalle, a Pieve e a Costa.

Dalle monache in Duomo la più grande

fatta, si dice, a quel che sembra

con la creta più buona,

quella del Monte Altare.

Uomini e donne, giovani e vecchi

tutti a giocare con le uova sode colorate

attenti che non si rompessero, che restassero come nuovi.

Intanto che le uova rotolavano nella “righea”

si facevano due chiacchiere e, contenti, si rideva.

Silvio Valdevit Lovriha

Pubblicata sul libretto “Poesie sociali e politiche”.

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“Pasqua e 25 aprile: cosa resta della rinascita in tempi di guerra” di Maria Rosaria Teni

Aprile si apre, come ogni anno, con la natura che ritorna a fiorire e con il riproporsi di simboli profondi del nostro vivere civile e spirituale. È il tempo della Pasqua, con il suo messaggio di rinascita; un tempo di passaggio, sospeso tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere costruito ed è il tempo del ricordo di una data che per l’Italia non è solo memoria, ma coscienza viva: la Festa della Liberazione. Il 25 aprile non è una ricorrenza da confinare nei libri di storia o nelle celebrazioni formali, ma un richiamo concreto ai valori di libertà, responsabilità e partecipazione civile. Due ricorrenze diverse, ma unite da un filo comune: la possibilità di ricominciare, anche se quest’anno, più che mai, questo proposito sembra scontrarsi con la realtà. Viviamo immersi in un tempo segnato da conflitti, tensioni e immagini di violenza che entrano ogni giorno nelle nostre case. La luce che vediamo non è solo quella della primavera, ma una luce che squarcia il cielo con esplosioni che colpiscono persone indifese. Bambini costretti a fuggire a piedi nudi, famiglie spezzate, vite sospese nella paura. Volti senza nome, perché la guerra ha anche questo potere: rendere anonimo il dolore, confondere le responsabilità, allontanare ciò che invece ci riguarda da vicino. In questo scenario, anche la Pasqua appare diversa, quasi una “Pasqua senza campane”, incapace di sovrastare il rumore delle armi. Le campane, simbolo di festa e resurrezione, appaiono quasi fuori luogo, anche se, paradossalmente, è proprio in questo silenzio forzato che il suo significato si fa più autentico e ci fa comprendere che non parliamo di una festa che ignora il dolore, che non cancella la sofferenza, ma ricorda che anche nella notte più fitta può esistere una possibilità di una luce che non distrugge, ma resiste. Una luce fragile, spesso silenziosa, che vive nei gesti di chi accoglie, di chi cura, di chi non si arrende all’indifferenza. In tempi come questi, parlare di rinascita può sembrare quasi una provocazione. Eppure è proprio questa la sfida: non permettere che la violenza diventi normalità, che il dolore degli altri si trasformi in abitudine. In questo scenario si inseriscono le sfide dell’attualità   e la Pasqua non è una festa “nonostante” la guerra, ma una domanda che la guerra rende ancora più urgente. Forse le campane oggi suonano più piano, o forse siamo noi a non riuscire più ad ascoltarle. Ma il loro significato resta: ricordarci che la vita, anche quando sembra sopraffatta, chiede di essere difesa. Sempre.
Sono gli stessi valori che stanno alla base di una data – il 25 aprile 1945 – che rappresenta un momento di rinascita e di vittoria della vita sulla morte, una data che non può essere soltanto una ricorrenza storica ma una memoria viva che continua a interrogarci. Oggi, a distanza di ottantuno anni dalla liberazione, il 25 aprile resta un punto di riferimento fondamentale, ma non più scontato. Le piazze si riempiono ancora, le istituzioni celebrano, le scuole raccontano. La libertà conquistata non è un’eredità immobile, ma una responsabilità quotidiana che va custodita, difesa e soprattutto vissuta ogni giorno, nelle scelte piccole e grandi. È nella capacità di dialogare, nel rispetto delle differenze, nell’impegno per una società più giusta che quella memoria trova il suo significato più autentico soprattutto in questo momento di divisioni e linguaggi sempre più duri, in cui il richiamo alla democrazia, al rispetto e alla partecipazione assume un valore ancora più urgente. Ricordare il 25 aprile significa interrogarsi sul presente. In Europa e nel mondo assistiamo al ritorno di conflitti, a tensioni geopolitiche, a un clima di crescente polarizzazione. La guerra, che per decenni era sembrata un ricordo lontano, è tornata a essere una presenza concreta nel dibattito quotidiano. Questo rende il significato del 25 aprile ancora più attuale: non solo celebrazione della libertà, ma monito sulla sua vulnerabilità. Ogni giorno emergono segnali che invitano alla riflessione: il confronto politico è spesso acceso, a tratti divisivo e il dialogo scivola facilmente nella contrapposizione. In questo contesto, i valori che il 25 aprile rappresenta – libertà, democrazia, partecipazione – non possono essere dati per acquisiti, ma vanno continuamente rinnovati.
Non si tratta di trasformare una ricorrenza storica in uno strumento di scontro, ma di riconoscerne la capacità di parlare al presente. Il 25 aprile ci ricorda che la democrazia nasce dal conflitto ma vive di equilibrio, che la libertà è una conquista collettiva e non un fatto individuale, che la memoria non è mai neutra, ma sempre responsabilità.
Quanto resta, allora, di questi simboli oggi? Resta ciò che siamo disposti a custodire. Resta nella memoria che non si spegne, nella consapevolezza di voler difendere la nostra democrazia, nella creazione di azioni quotidiane che lottano contro l’indifferenza, nel modo in cui abitiamo la nostra comunità, nel continuare a parlare di pace mentre la guerra infuria sospinta da ideologie insensate.

 

Per i morti della resistenza

Qui

vivono per sempre

gli occhi che furono chiusi alla luce

perché tutti

li avessero aperti

per sempre

alla luce.

 

Giuseppe Ungaretti

 

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PASQUA: UN PASSAGGIO UNIVERSALE – a cura di Ylenia Romerio

Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno“[1].

⸂ὁ δὲ Ἰησοῦς ἔλεγεν· Πάτερ, ἄφες αὐτοῖς, οὐ γὰρ οἴδασιν τί ποιοῦσιν.⸃ διαμεριζόμενοι δὲ τὰ ἱμάτια αὐτοῦ ἔβαλον ⸀κλήρους.[2]

“Abbā, šəḇaq ləhōn, dəlā yāḏ‘īn mā ʿāḇdīn.”[3]

 

Le parole pronunciate da Gesù sulla croce hanno un valore universale che attraversa il tempo, rendendole sempre più attuali.
La Pasqua rappresenta il passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla salvezza attraverso l’immolazione del Figlio di Dio, fatto uomo affinché Dio potesse farci capire l’importanza del suo comandamento più importante: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato,  così          amatevi anche voi  gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.[4]

Da fedeli, noi crediamo in Gesù Figlio di Dio, nel suo messaggio e nelle sue gesta, venuto sulla Terra per salvarci.
Molti non credenti invece, riconoscono solo un Gesù storico, una persona realmente esistita ma non come Figlio di Dio ma semplicemente un predicatore ebreo che visse agli inizi del I secolo nelle regioni della Palestina e crocifisso a Gerusalemme intorno all’anno 30 sotto il governo di Ponzio Pilato.
Ora, come afferma il famoso biblista cattolico amercicano Jhon Paul Meier, è necessario fare tre distinzioni: il “Gesù della fede” (ciò in cui i cristiani credono, Gesù il Figlio di Dio ed il Messia), il “Gesù storico” (ciò che gli studiosi riescono a ricostruire su Gesù, basandosi sulle fonti) e il “vero Gesù” (ciò che Gesù fu e fece).
Il primo punto vede Gesù come il Messia, inviato da Dio per salvare il popolo di Dio, inteso non solo come il popolo ebraico ma l’umanità intera.
Molti altri si attengono alla ricerca moderna sulla figura di Gesù, attraverso l’utilizzo multidisciplinare di metodologie antropologiche, sociali e letterarie, attraverso le quali si dà importanza all’ebraicità di Gesù che lo definiscono come un profeta apocalittico, poiché in quel periodo era molto enfatizzata l’escatologia ebraica; o come un guaritore carismatico, definito hasid, un appellativo onorifico ebraico che denota una persona eticamente giusta  e gentile come espressione esteriore dell’amore per Dio e per gli altri; o come un filosofo che a causa del suo messaggio di cambiamento radicale fu crocifisso perché minava le autorità ebraiche del suo tempo.
Punto terzo: cosa fece realmente Gesù? Predicò.
Ma qual era il suo messaggio radicale che intimoriva tanto le autorità ebraiche e romane del tempo o che tutt’ora rende difficile la comprensione della sua predicazione?
Ed ecco che ritorniamo al primo comandamento di Dio: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». E’ un comandamento strutturato morfologicamente non sul divieto (NON dire, NON fare) ma sull’apertura verso l’altro.
Gesù entrò a Gerusalemme a dorso di un asino e non di un cavallo, com’era tipico del tempo per una personalità importante o aristocratica.
L’asino simboleggia umiltà, pace, servizio e pazienza[5] esattamente quello che Gesù predicava al suo popolo. Egli non era un re sfarzoso o un guerriero venuto per portare giustizia attraverso la guerra ma un uomo per tanti e per altri il Messia che portava pace.
La predicazione del Regno di Dio, che tanto suscitò indignazione alle autorità del tempo e che purtroppo ancora oggi sembra essere una “favola” inventata tanto da suscitare scetticismo, si basa proprio sul concetto d’amore,  àgape o agàpe (in greco antico ἀγάπη, agápē, in latino caritas) significa amore disinteressato, immenso, smisurato.
Egli esortava al cambiamento, alla conversione del cuore e delle proprie abitudini verso la propensione al prossimo non più soggetto ai giudizi e alle critiche ma all’aiuto e alla comprensione.
Amate i vostri nemici”, dice il vangelo di Luca, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano” (6,27s). E Giovanni pone all’inizio dei capitoli dell’amore la lavanda dei piedi ed alla conclusione la morte di Gesù sulla croce. Di questo amore Gesù ci ha amato. Di questo amore ci ha reso capaci.
Ora, la domanda che pongo a tutti coloro che mettono in dubbio questi avvenimenti che nel tempo si tramandano. Quale uomo, in un periodo storico-sociale, in cui la misericordia non rappresentava un valore da applicare quotidianamente bensì si tendeva a giudicare, a castigare e a mandare a morte; avrebbe predicato un messaggio talmente controcorrente e rivoluzionario affinché l’uomo prendesse coscienza di sé per elevarsi a Dio? Quale uomo mai, consapevole dei rischi che correva predicando la conversione del cuore, avrebbe deciso di entrare a Gerusalemme e andare incontro alla morte?

Mi hanno odiato senza ragione”[6].
L’abbandono, il rinnegamento, il tradimento da parte di alcuni discepoli non sono stati per Gesù impedimenti ad amare, situazioni che “non gli hanno permesso di testimoniare l’amore del Padre. Al contrario, sono proprio queste circostanze che gli hanno permesso di amarci “fino alla fine” (13,1).
Personalmente credo che solo il Figlio di Dio, potesse tramite il suo esempio, farci comprendere che se anche nel mondo c’è odio, non è mai troppo tardi per convertirsi e perdonare.
E qualora, per far contenti coloro che invece non credono in Gesù Figlio di Dio, lo considerassimo semplicemente uno dei tanti predicatori del tempo, mi chiedo: perché la storia si ricorda solo di Lui? C’è, secondo me da considerare, che anche se fosse stato solo un uomo, il suo messaggio rimane qualcosa di straordinariamente rivoluzionario nella vita di ogni singola persona perché amarsi gli uni con gli altri rappresenta la massima operativà  umana che dovrebbe andare oltre ogni forma di odio, incomprensione ed ingiustizia.
Il mio pensiero va al tragico conflitto tra Palestina ed Israele, luoghi di un significato particolare se li inseriamo in questa riflessione teologica alla vigilia della Pasqua cristiana e capisco più che mai l’esortazione di Gesù Cristo verso il Padre affinché possa perdonare coloro che ancora oggi non sanno quel che fanno.
Il messaggio  d’Amore fraterno e di salvezza di Gesù attraversa il tempo e coinvolge in maniera differenti le nostre vite, allora continuo a chiedermi perché ancora oggi l’umanità non riesce a cambiare mentalità e a trasformarsi in portatrice di pace anziché di guerra? In portatrice di Dio!

Ylenia Romerio

 

[1] Luca 23,34.

[2] NT GRECO.

[3] Aramaico ricostruito basato su studi linguistici, non identico a una fonte antica unica.

[4] Giovanni 13:34-35

[5] Zaccaria 9,9.

[6] Giovanni 15,25.

Raffaello Sanzio, (Urbino 1483 – Rome 1520) Trasfigurazione

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“Aprile” di Anna Frank

Il Diario di Anna Frank viene scritto in un arco temporale preciso, che va dal 12 giugno 1942 al 1º agosto 1944. Non è un racconto costruito a posteriori, ma una scrittura che cresce giorno dopo giorno dentro l’esperienza. In “Aprile”, come in molti passaggi del diario di quel periodo, emerge una sorta di panteismo: l’idea che Dio o il sacro si manifestino direttamente nella natura.Pur guardando il mondo da una piccola fessura,  la sua poesia non è claustrofobica e ha la capacità di ribaltare la situazione: non è lei a essere chiusa fuori dal mondo, ma è il mondo (con le sue guerre e il suo odio) a essere piccolo rispetto all’immensità del cielo che lei descrive. Nella lirica accosta continuamente concetti opposti per sottolineare la sua condizione, con antitesi incisive, con metafore, anafore e personificazioni,  dimostrando che l’uso di queste figure retoriche era, in parte, una scelta stilistica consapevole nell’intento che la sua voce avesse un impatto letterario, non solo documentaristico.

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.

Non le case o i tetti, ma il cielo.

Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.

Anna Frank

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