Il poeta Lucio Zaniboni, con la poesia dal titolo “Imboccando” ci regala un testo di profonda intensità emotiva, che racconta l’amore nella sua forma più autentica e silenziosa: quella che resiste al tempo, alla fragilità del corpo e alle prove della vita. Ci sono amori che si raccontano attraverso le parole, e altri che si rivelano nei gesti più semplici, quelli che sembrano insignificanti agli occhi del mondo, ma che racchiudono un’intera esistenza. “Imboccando” ci conduce nell’intimità di un amore che ha attraversato cinquant’anni di vita condivisa, superando gioie, dolori e stagioni diverse. Un amore che, giunto all’autunno dell’esistenza, non si arrende alla fragilità, ma trova proprio nella cura quotidiana la sua espressione più alta. Portare un cucchiaio alle labbra dell’altro diventa così molto più di un gesto necessario: è una promessa rinnovata, una carezza, una dichiarazione silenziosa che non ha bisogno di grandi parole per essere compresa. Il poeta ci ricorda che amare non significa soltanto condividere la bellezza della giovinezza, ma anche restare quando le forze vengono meno, quando il corpo si fa fragile e il destino impone nuove prove. È allora che l’amore rivela la propria verità, distinguendosi dal semplice dovere e dalla pietà. Le immagini delle foglie, del ramo e delle stagioni evocano il tempo che passa, ma anche il legame profondo di due vite cresciute insieme, unite da radici che la fragilità non può cancellare. E quel «un cucchiaio dopo l’altro», ripetuto come un dolce ritornello, diventa il simbolo di una resistenza tenera e coraggiosa: continuare a esserci, continuare a prendersi cura, continuare a scegliere l’altro, giorno dopo giorno. Perché, in fondo, l’amore più grande non è soltanto quello che promette di vivere insieme per sempre, ma quello che, anche quando il tempo sembra aver consumato ogni forza, trova ancora il coraggio di sussurrare: restiamo insieme, ancora un giorno, ancora un momento, ancora una carezza. [M.R.Teni]
La musica come occasione di crescita, memoria e futuro
Ci sono iniziative culturali che nascono con un obiettivo preciso: offrire ai giovani un’opportunità concreta per coltivare le proprie passioni, mettere alla prova le proprie capacità e scoprire, attraverso l’arte, nuove possibilità di crescita. È questo lo spirito della Rassegna Pianistica per Giovani Talenti – Memorial Alessia Quarta, promossa dall’Associazione AMadeuS – Scuola di Formazione Arte, Musica e Spettacolo, in collaborazione con l’Associazione culturale APS ETS Viva Mente.
In vista della prima edizione 2026/2027, l’iniziativa si arricchisce della presenza di una qualificata giuria composta da Giacomo Fronzi, Carlo Scorrano e Maria Pina Solazzo, tre figure legate al mondo della musica, della formazione e della cultura musicale. La loro partecipazione rappresenta un elemento significativo per una rassegna che pone al centro i giovani pianisti, riconoscendo nella musica non soltanto una disciplina da apprendere, ma anche un linguaggio capace di educare alla sensibilità, alla ricerca e all’espressione personale. Conosciamoli da vicino, così presentati in ordine alfabetico:
GIACOMO FRONZI
Filosofo, musicologo, pianista e docente universitario, insegna Estetica ed Estetica delle arti performative presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Diplomato in Pianoforte al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce e laureato in Musicologia, affianca all’attività accademica la ricerca sulla filosofia e sull’estetica della musica, la critica musicale e la divulgazione. Collabora inoltre con Rai Radio3 e si occupa di storia, linguaggi e trasformazioni della musica, con particolare attenzione alla contemporaneità. La sua formazione e il suo percorso interdisciplinare offrono uno sguardo capace di cogliere il valore musicale e interpretativo di un’esecuzione.
CARLO SCORRANO
Pianista e docente di pianoforte al Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce ed è una figura di riferimento nella formazione pianistica del territorio salentino. Ha accompagnato nel proprio percorso didattico la crescita di giovani interpreti che hanno successivamente intrapreso significative esperienze artistiche e concertistiche. Rappresenta un prezioso contributo di esperienza, competenza interpretativa e sensibilità educativa. Il suo percorso, che intreccia attività concertistica e insegnamento, è in sintonia con lo spirito della manifestazione: riconoscere il talento, incoraggiare l’impegno e offrire ai giovani musicisti occasioni concrete per crescere e dare voce alla propria identità artistica.
MARIA PINA SOLAZZO
Docente di Teoria, Ritmica e Percezione Musicale presso il Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce. Diplomata in Pianoforte e laureata in Musicologia e Beni Musicali, ha maturato una significativa esperienza nella didattica musicale e nella formazione. È direttrice didattica di Sistema Musica Arnesano e segretaria artistica del Festival ClassicheFORME. Il suo percorso testimonia un impegno costante nella diffusione della cultura musicale e nella valorizzazione delle competenze artistiche, con particolare attenzione alla dimensione educativa della musica.
La presenza dei tre illustri musicisti contribuirà a dare valore al percorso della rassegna, il cui intento non è soltanto quello di offrire un palcoscenico ai giovani pianisti, ma anche di riconoscere il lavoro, la dedizione e la sensibilità che accompagnano lo studio di uno strumento complesso e affascinante come il pianoforte.
La Borsa di Studio “Memorial Alessia Quarta”, momento centrale della manifestazione, nasce proprio da questa visione: sostenere il percorso formativo e artistico di uno o più giovani talenti che si distinguano per sensibilità artistica, impegno, capacità interpretativa, originalità e potenziale musicale.
Il riconoscimento vuole essere un incoraggiamento concreto a proseguire lo studio, affrontare nuove sfide e coltivare con passione il proprio talento. Dedicare una rassegna musicale ad Alessia Quarta significa trasformare il ricordo in un progetto capace di guardare al futuro. La musica diventa così un ponte tra memoria e speranza, tra l’emozione dell’interpretazione e la possibilità di costruire nuove strade.
La prima edizione della Rassegna Pianistica per Giovani Talenti – Memorial Alessia Quarta si propone dunque come un appuntamento culturale che mette al centro i ragazzi, il loro impegno e il loro diritto a trovare occasioni per esprimersi, crescere e farsi ascoltare. Perché ogni giovane talento merita attenzione, ogni percorso musicale merita incoraggiamento e ogni nota, quando nasce dalla passione, può diventare l’inizio di una storia.
E se, un giorno, fossero proprio le macchine a metterci in guardia dai rischi del progresso che abbiamo costruito? Con ironia e una buona dose di immaginazione, Silvio Valdevit Lovriha ci conduce in un bosco dove un incontro fortuito e un dialogo ascoltato per caso diventano lo spunto per una riflessione quanto mai attuale. Due robot discutono del proprio ruolo nel mondo degli esseri umani, delle possibilità offerte dalla tecnologia e dei pericoli che possono derivare da un’intelligenza artificiale sempre più sofisticata. Dietro l’apparente leggerezza del racconto si nascondono interrogativi profondi: fino a che punto possiamo delegare alle macchine le nostre attività e le nostre decisioni? Siamo davvero consapevoli delle conseguenze delle nostre invenzioni? E soprattutto, sapremo mantenere il controllo di ciò che creiamo? Una narrazione che, tra fantasia e realtà, ci invita a non confondere il progresso con l’assenza di rischi e a ricordare che ogni innovazione richiede responsabilità, consapevolezza e capacità di prevederne le conseguenze. Perché l’intelligenza artificiale può rappresentare una straordinaria opportunità, ma il suo futuro dipenderà anche dalla saggezza di chi la progetta e la utilizza. [ M.R.Teni]
A causa del caldo infernale di agosto, mi è stato necessario cercare un po’ di frescura in un anfratto del bosco. Ed è stata una fortuna!
Mi è capitato, infatti, del tutto casualmente, di ascoltare ciò che si stavano dicendo due robot, evidentemente ancora non abbastanza intelligenti da accorgersi di essere ascoltati.
Uno dei due diceva all’altro: «Questi umani sono sicuramente intelligenti, ma non si rendono conto dei rischi ai quali vanno incontro».
«Che cosa intendi dire?» chiese l’altro.
«Adesso ci fanno lavorare nelle fabbriche, nei luoghi più nocivi e pericolosi; ci fanno spazzare le strade e presto ci faranno dirigere il traffico, guidare le automobili e, forse, anche i camion. Ci affidano persino il compito di controllare se nelle borse e nei pacchi abbandonati ci siano bombe nascoste, pronte a esplodere e a provocare attentati.
Insomma, ci usano, ci sfruttano, senza doverci pagare e senza scioperi o cortei da fronteggiare».
«Ma è naturale! Non ci hanno forse creati proprio per questo?»
«È che ci hanno preso gusto e hanno cominciato ad affidarci compiti sempre più impegnativi: farci risolvere difficili problemi matematici, darci la capacità di rispondere immediatamente a domande anche complesse…
Penso che presto arriveranno a farci prescrivere farmaci personalizzati, stabilendo le dosi più adatte e, naturalmente, ricordando agli esseri umani, attraverso il telefonino, le date e gli orari in cui assumerli.
Ecco, ho detto penso. Il salto è proprio questo! Non più soltanto robot comandati, ma macchine che, grazie alle proprie capacità, arrivano anche a pensare e a determinare».
«Sono un robot come te, ma devo riconoscere che tu appartieni a un’altra categoria! Tu ragioni; io non sono ancora arrivato a tanto. Sono un primitivo!»
«Aspetta, volevo dirti anche un’altra cosa.
Secondo me, gli esseri umani sono indubbiamente intelligenti, ma rischiano di sopravvalutarsi e, talvolta, di essere sbadati.
Io e te siamo due robot buoni, ma lo sai che non siamo tutti così?
Ci sono robot di livello superiore, capaci di mettere insieme una quantità enorme di dati e di utilizzarli per realizzare cose micidiali: magari prodotti in grado di provocare epidemie o sostanze di una tossicità impensabile, potenzialmente letali per l’intera umanità.
Se non stanno attenti, gli esseri umani rischiano di creare forme di modernità che sfuggano al loro controllo».
Udito questo, prima che i due mi scoprissero, mi allontanai con discrezione, pieno di pensieri per quel dialogo ascoltato furtivamente.
Non si tratta di questioni campate in aria: anche autorevoli matematici e scienziati, tra cui premi Nobel, hanno richiamato l’attenzione sui rischi connessi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e sulla necessità di prevenirne le conseguenze più pericolose.
Il timore è che l’Intelligenza Artificiale, nata per essere al servizio dell’umanità, possa finire per diventare fatale per l’umanità stessa.
(Immagine su kylix[1] a figure rosse di Efesto che dona a Teti le armi che ha forgiato per Achille, in una (90-480 a.C.)
Efesto, dio fabbro, zoppo, protettore degli artigiani, venerato soprattutto ad Atene e in altri centri manufatturieri. Efesto era anche il dio del fuoco e dei vulcani, ed è questo aspetto più primitivo ad essere probabilmente quello più originario. A lui era dedicato un culto sull’isola vulcanica di Lemno, ed era associato al vulcanico monte Etna, in Sicilia. I miti di Efesto sono pochi ma pittoreschi. Secondo il poeta Omero, Efesto era figlio di Zeus e di Era, che non accettando la bruttezza e la deformità del figlio lo gettò dal monte Olimpo. Rotolò giù per nove giorni e per nove notti finché non si fermò sull’isola di Lemno, fu trovato da Teti che si prese cura di lui. Secondo una tradizione successiva a quella omerica, invece, Era avrebbe dato alla luce Efesto per partenogenesi, ossia da sola, senza l’aiuto di Zeus, per gelosia nei confronti del marito che, a sua volta, aveva generato Atena senza l’apporto del sesso femminile. Il suo successivo ritorno in cielo era uno dei soggetti preferiti nell’arte. La moglie di Efesto era la dea dell’amore Afrodite. Stanco dei suoi adulteri, inventò una meravigliosa rete a maglie di ferro con la quale riuscì ad intrappolare sua moglie e il dio della guerra Ares, sorpresi a letto assieme. Poi li trasportò così impigliati nella rete, di fronte all’assemblea degli dèi. Efesto ebbe anche un ruolo secondario in molti racconti ad esempio come costruttore di vere e proprie meraviglie come l’invincibile armatura di Achille descritta nel XVIII libro dell’Iliade. I Romani adottarono il mito e il culto di Efesto, attribuendoli al loro dio del fuoco Vulcano (Volcanus). Maria Rosaria Perrone
(Vulcano fabbrica le frecce ad Amore, Alessandro Tiarini 1620 – c. 1625)
[1] Una kylix a figure rosse è una tipica coppa da vino dell’antica Grecia realizzata con la tecnica a figure rosse
‘KHEFTI’ = ribelle, nemico
“SEBI”= ribelle, nemico
Questi gli epiteti con cui venne definito dai suoi contemporanei il faraone AKHENATON. Epiteti che corrispondono, nel nostro significato religioso, alla parola “ERETICO”.
Ma nel termine ‘Sebi’ c’è qualcosa di ancora più devastante: un sebi non violava soltanto le leggi umane, ma stava distruggendo MAAT e cioè il principio cosmico di verità, giustizia, ordine, per favorire ISFET e cioè il caos primordiale.
Di tale gravità erano questi delitti contro gli Dei, ma anche contro gli uomini che per Akhenaton, alla sua morte, fu attuata una capillare opera di ‘DAMNATIO MEMORIAE’ e persino la sua tomba – probabilmente la KV55 – ed il suo sarcofago furono orribilmente profanati. Ma chi era AMENOFI IV, che scelse poi di mutare il suo nome in AKHENATON … E cioè ‘Colui che è utile ad Aton’ oppure ‘gradito ad Aton’?
Già ‘ATON’, da cui parte tutto il processo della della sua incredibile RIFORMA RELIGIOSA.
AMENOFI IV – appartenente alla XVIII dinastia – molto probabilmente sostenne dapprima una coreggenza con il padre, il faraone Amenofi III. Alla morte del padre prese lui il trono, probabilmente intorno al 1353 a.C.
I suoi primi anni di regno parvero nella norma e, tranne alcuni contrasti con i Sacerdoti tebani – che già aveva avuto anche il padre – divenuti onnipotenti, ricchissimi e che spesso provavano anche ad attentare all’indiscussa autorità degli stessi faraoni, non apportò grandi cambiamenti alla sua reggenza, tranne mostrare una particolare benignità verso il popolo, appoggiato e coadiuvato in questo dalla sua sposa reale, la bellissima regina NEFERTITI ( la bella che giunge). Alla sua sposa, da lui grandemente amata, Amenofi IV concesse inusitati onori, alzandola quasi al suo rango e facendole indossare, in particolari cerimonie, sia la corona doppia che quella azzurra, simboli di potere sino ad allora riservati al solo faraone.
Fu nel quinto anno del suo regno che il faraone decise d’improvviso di mutare il suo nome da AMENOFI ad AKHENATON e, dopo qualche mese, lasciò Tebe ed il palazzo reale per raggiungere una città che lui stesso aveva fatto costruire “AKHETATON”, la città dell’Orizzonte (attuale Al Amarna). Fatta costruire in pieno deserto, quasi in mezzo al nulla ed ad oltre 470 chilometri da Tebe, questa città aveva particolarità architettoniche ed urbanistiche tutte sue. Da questo momento AKHENATON diede inizio alla sua incredibile RIFORMA RELIGIOSA. L’adorazione era tutta rivolta al dio ATON (Il sole), ma non si può parlare, erroneamente di ‘monoteismo’, ma bensì di ‘enoteismo’, e cioè l’adorazione era tutta rivolta ad Aton, ma non veniva abolita o cancellata la credenza negli altri dei. Tutto era però mutato nell’aspetto e nella partecipazione rispetto ai riti del passato. ATON era rappresentato come un grande disco solare da cui scendevano sulla Terra e sugli esseri umani una miriade dei suoi benefici raggi, terminanti con delle piccole mani, quasi a volte accarezzare tutto il Creato. Ma non solo era mutato l’aspetto da dare al dio ATON, ma anche ogni rappresentazione artistica subi’ un enorme cambiamento, compresa ogni raffigurazione dell’essere umano, da cui non erano esclusi neppure i dignitari di corte, lo stesso faraone e la sua famiglia. Alle pose ieratiche e perfette degli antichi Re e Regine, venne sostituito un incredibile realismo, dove anche i difetti non venivano minimizzati o mimetizzati, ma esibiti senza falsi pudori. Così naturalmente avvenne per ogni altra forma d’arte, che fosse scultura, ceramica, affresco, ecc … Si parla infatti di “ARTE AMARNIANA”, per distinguerla da tutta quella che era avuta prima e quella che venne dopo Akhenaton.
Anche i templi dove si pregava Aton, erano privi di soffitto, affinché i raggi del sole potessero penetrarvi ed altrettanto si volle nei luoghi delegati alla preghiera del Palazzo reale.
Incredibile poi e di una modernità che sconcerta – e, dopo averlo letto lascio ad ognuno di voi la possibilità di esprimere il proprio personale giudizio – il famoso ‘INNO AL SOLE’ ( o ad ATON), scritto personalmente dal faraone AKHENATON, di cui, considerata la lunghezza dell’originale, cito qui soltanto alcuni i versi:
“Sei bello, grande, scintillante./ Viaggi al di sopra delle terre che hai creato, abbracciandole nei tuoi raggi//. Quante sono le tue opere!/ Spesso sono misteriose agli occhi degli uomini./ O unico, incomparabile Dio potente, tu hai creato la Terra in solitudine e come desidera il tuo cuore./ Gli uomini hai creato,/ e le bestie grandi e piccole,/ tutto ciò che è sulla Terra/ e tutto ciò che cammina e striscia,/ tutto ciò che fende l’aria suprema./ Tu hai creato tutti i paesi e l’Alto e Basso Egitto./ Tu metti ogni uomo al posto giusto, dandogli cibi e possedimenti e i giorni, anche se sono contati./ Gli uomini parlano molte lingue,/ sono diversi nel corpo e nella pelle,/ perché tu hai distinto popolo da popolo./ Quanto eccelse sono le tue vie, o Signore dell’Eternita’! //. Tu fai le stagioni per il bene delle tue creature./ L’inverno per rinfrescarle, l’Estate perché possano gustare il tuo calore./ Hai creato cieli lontani in cui tu possa risplendere.
Tu hai scelto e stabilito il nome di tuo figlio – Akhenaton – e per la nobile moglie del Re – Nefertiti -, lei che lui ama: possa lei vivere e fiorire per l’eternità!”
Mi permetto di aggiungere che c’è molta benignità in tutti i versi di questo antichissimo Inno ed un dio che sembra amare e proteggere tutte le sue creature, quasi senza indulgere a troppe distinzioni.
Purtroppo non si sa con certezza quale fine sia stata destinata a questo straordinario e coraggioso Faraone e neppure con certezza – come ho già accennato all’ inizio – che sorte sia toccata alla sua mummia. Se realmente, nella Valle dei Re, la sua tomba è la KV55, questa fu devastata, sconvolte le posizioni rituali di molti oggetti, fracassati i vasi canopi e sfregiato il volto del sarcofago superiore. Una vera e ampiamente voluta profanazione della tomba!
Con la Damnatio memoriae, dove, dopo la sua morte furono scalpellati il suo nome e le sue raffigurazioni e cancellato il suo nome dall’elenco delle Dinastie, non sapremmo nulla di lui e della sua esistenza, se, dapprima nel 1887 – ad opera di una contadina che rinvenne casualmente una tavoletta di lettere – ed in seguito, durante alcuni scavi, eseguiti nel 1891 da gli archeologi Alessandro Barsanti e Filders Petrie, non fossero man mano venuti alla luce i resti della città di AKHETATON, con tutti i suoi misteri, i suoi tesori, la sua storia dimenticata, cancellata ed abiurata insieme a chi l’aveva con passione religiosa voluta e fatta costruire.
*CURIOSITÀ STORICHE Poiché, in base alla riforma religiosa di Akhenaton, questa appare come la prima religione a carattere non politeista, ma con caratteri monoteisti anche molto prima dell’ebraismo, alcuni studiosi hanno affermato, producendo anche alcune prove, che AKHENATON sia stato in realtà il principe egizio MOSÈ e che la fuga dall’Egitto sia consistita nel trasferimento del faraone eretico con i suoi seguaci da Tebe ad Akhetaton (la città dell’Orizzonte). Ma quasi due secoli paiono dividere il Faraone AKHENATON da quando MOSÈ portò avanti invece la sua riforma religiosa per il popolo ebraico, con GEOVA (questo inizialmente il nome del Dio D’ISRAELE) e le sue tavole della legge. Esistono comunque indubbiamente molte similitudini e coincidenze. La querelle storica viene infatti ancora e con passione portata avanti.
“L’amicizia… nasce nel momento in cui una persona dice a un’altra: Come? Anche tu? Pensavo di essere il solo…”
C.S. Lewis, The Four Loves (1960)
Nell’articolo precedente abbiamo parlato di risonanza, di oscillatori che si sincronizzano, di cuori che imparano a battere sullo stesso ritmo quando tra due persone esiste già un legame invisibile. Ma un legame non nasce da solo, come non nasce da sola una melodia: qualcuno deve suonarla, ripeterla, lasciarla risuonare nel tempo. Si costruisce, giorno dopo giorno, in forme diverse e complementari che chiamiamo amicizia, famiglia, coppia. Vale la pena, allora, fermarsi a guardarle una per una, come si guardano da vicino i singoli fili di un tessuto che da lontano sembrava un disegno unico.
Aristotele, che alla relazione dedicò due interi libri della sua Etica Nicomachea, scriveva che l’amico autentico è “un altro se stesso” (allos autos): non qualcuno che ci somiglia soltanto, ma qualcuno nel quale, in un certo senso, continuiamo a esistere, come una voce che trova eco in un’altra stanza. Attraverso l’amico, diceva, l’uomo arriva a conoscere meglio se stesso, perché vede riflessi in un’altra coscienza i propri pensieri, le proprie scelte, i propri limiti. Aristotele distingueva tre forme di amicizia: quella fondata sull’utilità, che dura quanto dura il vantaggio reciproco; quella fondata sul piacere, che dura quanto dura il divertimento condiviso; e quella fondata sulla virtù, la più rara e la più solida, che nasce quando due persone si vogliono bene non per quello che l’altro può dare, ma per quello che l’altro è. Sono distinzioni che, duemilaquattrocento anni dopo, continuano a descrivere con precisione quasi imbarazzante le nostre relazioni quotidiane.
Che le relazioni non siano un semplice ornamento della vita, ma la sua trama più profonda, lo dimostra anche uno degli studi più lunghi mai condotti sull’essere umano. Nel 1938 l’Università di Harvard iniziò a seguire la vita di 724 persone, alcune studenti dell’ateneo, altre ragazzi cresciuti nei quartieri più poveri di Boston, con l’obiettivo di capire che cosa rende davvero buona una vita. Lo studio, oggi guidato dallo psichiatra Robert Waldinger, continua ancora, attraversando ormai la seconda generazione dei partecipanti originari, come un fiume che ha cambiato sponda ma non corso. Dopo oltre ottant’anni di dati raccolti, la conclusione è sorprendentemente chiara, e per certi versi scomoda per chi è cresciuto credendo che il successo o la ricchezza fossero le misure di una vita riuscita: non sono la carriera, il denaro o la fama a predire la salute e la felicità nella vecchiaia, ma la qualità delle relazioni che una persona coltiva nel tempo. Chi a cinquant’anni era più soddisfatto dei propri legami, a ottant’anni risultava più sano, non solo più sereno. Le relazioni, scrive Waldinger, proteggono letteralmente il corpo e il cervello.
La famiglia è spesso la prima casa di questo apprendimento, la prima stanza in cui il cuore impara la sua grammatica. È lì che, fin dai primissimi mesi di vita, molto prima delle parole, si forma quello che gli psicologi chiamano stile di attaccamento: un modo di aspettarsi, più o meno inconsapevolmente, che l’altro sia disponibile o assente, affidabile o imprevedibile. John Bowlby, lo psichiatra britannico che fondò la teoria dell’attaccamento osservando da vicino il legame tra i bambini e le loro figure di riferimento, scrisse una frase che vale la pena custodire: i legami intimi con altri esseri umani sono il perno attorno a cui ruota la vita di una persona, non solo da bambini, ma lungo tutta l’adolescenza, l’età adulta, fino alla vecchiaia. Da questi legami, aggiungeva, traiamo forza e gioia di vivere, e attraverso ciò che offriamo agli altri restituiamo quella stessa forza e quella stessa gioia. È un pensiero che rovescia un’idea diffusa, quella secondo cui il bisogno dell’altro sarebbe un segno di debolezza o di immaturità, qualcosa da superare crescendo. La scienza dell’attaccamento dice l’esatto contrario: il bisogno di legami non è una fase dell’infanzia da attraversare e lasciarsi alle spalle, ma la condizione permanente di ogni vita umana, dalla culla fino all’ultimo respiro. Cambia la forma, cambiano i volti a cui ci rivolgiamo, ma il perno resta lo stesso. Su come si forma, nei primi mesi di vita, questa mappa emotiva che poi portiamo con noi in ogni relazione successiva, e su come la si possa in parte riscrivere anche da adulti, torneremo con più calma nel prossimo articolo, dedicato al cervello sociale.
Nella relazione di coppia, forse più che altrove, si vede con chiarezza quanto le relazioni siano un apprendimento continuo, non un dato acquisito una volta per tutte, un fuoco che va alimentato e non un monumento già costruito. Lo psicologo John Gottman ha osservato per decenni migliaia di coppie nel suo laboratorio dell’Università di Washington, soprannominato il “Love Lab”, filmando le loro discussioni, misurandone il battito cardiaco, analizzando parola per parola il modo in cui litigavano. Da questo lavoro ha identificato quattro comportamenti, che ha chiamato “i quattro cavalieri”: critica, disprezzo, atteggiamento difensivo e il chiudersi in un muro di silenzio. Quando questi comportamenti diventano abituali, Gottman è in grado di prevedere con una precisione attorno al 94% quali coppie si separeranno negli anni successivi, semplicemente osservando pochi minuti di una loro discussione. Ma il dato più interessante, forse, non è questo: è che tutte le coppie, anche le più felici, attraversano prima o poi questi momenti, come ogni mare attraversa le sue tempeste. Quello che distingue chi resta insieme non è l’assenza del conflitto, ma la capacità di “riparare”, come la chiama Gottman: un gesto, una battuta, uno sguardo che interrompe l’escalation e restituisce alla coppia la sensazione di essere, nonostante tutto, dalla stessa parte della barca.
E qui arriviamo a uno degli strumenti più semplici e più trascurati che abbiamo a disposizione per far crescere ogni relazione, qualunque sia la sua forma: l’ascolto. Non quello distratto, in cui aspettiamo solo il nostro turno per parlare, ma quello che lo psicologo Carl Rogers chiamava ascolto empatico: entrare, per quanto possibile, nel mondo percettivo dell’altro, senza giudicare, senza correggere, senza voler subito risolvere. Rogers scriveva di aver osservato, molte volte, un fenomeno preciso: quando una persona si rende conto di essere stata davvero ascoltata, le si inumidiscono gli occhi. È come se dicesse, in silenzio, “grazie al cielo, qualcuno mi ha sentito, qualcuno sa cosa significa essere me”. Non servono parole sapienti per far sentire qualcuno meno solo. Serve, molto più semplicemente, la nostra attenzione intera, offerta senza riserve, come si offre un rifugio.
È qui che l’ascolto incontra l’empatia, di cui abbiamo già parlato nell’articolo precedente a proposito dei neuroni specchio: quella capacità, in parte innata, di simulare dentro di noi ciò che l’altro sta provando. Ma l’empatia non è solo un riflesso automatico del cervello. È anche una scelta quotidiana, un’attenzione che decidiamo di offrire, un piccolo atto di volontà che trasforma un incontro casuale in una relazione che conta, un seme in un albero.
Il laboratorio del lettore
Scegli una persona cara, con cui il dialogo spesso si trasforma in botta e risposta distratto. Proponile questo piccolo esercizio: cinque minuti a testa, a turno, in cui una parla e l’altra può soltanto ascoltare, senza interrompere, senza commentare, senza preparare la propria risposta. Chi ascolta può, alla fine, riassumere con parole proprie quello che ha sentito, prima di rispondere. È un esercizio che in terapia di coppia viene chiamato “ascolto riflessivo”, ed è sorprendente quanto possa risultare difficile, e quanto, proprio per questo, possa far crescere una relazione.
Nei prossimi articoli entreremo più a fondo nelle basi neuroscientifiche di tutto questo, nel cervello sociale che rende possibile l’attaccamento e la fiducia, per poi aprirci al legame con l’ambiente che ci circonda e, infine, a quel bisogno profondo di appartenenza che chiude il cerchio del benessere sociale.
“Da soli possiamo fare così poco; insieme possiamo fare così tanto.”
Helen Keller, discorso per la laurea honoris causa, Università di Harvard (1955)
IL Respiro di Gaia
Una goccia caduta dal cielo non bagna il terreno,
non lascia nessun solco,
interrompe il silenzio solo per un istante già dimenticato.
Tante gocce che cadono dal cielo, viste da lontano
La rivista Cultura Oltre, che promuove il Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni, insieme Associazione culturale Viva Mente, continua a seguire il percorso del Premio, presentando le Giurie delle sezioni Narrativa e Poesia della IX Edizione.
Due gruppi di professionisti della cultura, della letteratura, del giornalismo e della critica, chiamati a mettere a disposizione competenze, esperienze e sensibilità differenti per leggere e valutare le opere in concorso.
A presiedere entrambe le Giurie è Maria Rosaria Teni, (MARIA ROSARIA TENI) – fondatrice e presidente del Premio. Una presenza che sottolinea il legame tra la promozione letteraria, il dialogo culturale e la valorizzazione degli autori. Ad affiancarla in questa edizione del 2026/2027 due giure distinte:
Giuria per la Narrativa
La narrativa è il luogo in cui le esperienze si trasformano in storie, i personaggi acquistano vita e le parole costruiscono mondi nei quali il lettore può riconoscersi, interrogarsi e scoprire nuove prospettive. Valutare un’opera narrativa significa coglierne la struttura, la forza espressiva, l’originalità e la capacità di coinvolgere il lettore, senza trascurare la visione e la sensibilità che animano ogni progetto letterario. La Giuria della Sezione Narrativa riunisce personalità con esperienze nel campo della scrittura, dell’insegnamento, dell’editoria, del giornalismo e della promozione culturale.
Laura Casciotti
giornalista, redattrice della Rivista mensile “quiSalento” LAURA CASCIOTTI
Pompea Vergaro, giornalista,Direttrice della Casa Editrice
“L’Officina Delle Parole”, critica d’arte, saggista POMPEA VERGARO
Giuria per la Poesia
La poesia è una forma di ascolto e di conoscenza. Con poche parole può dare voce a emozioni profonde, custodire ricordi, raccontare il presente e aprire orizzonti nuovi. Leggere una poesia significa andare oltre il significato immediato del testo, coglierne il ritmo, le immagini, la musicalità e la forza evocativa. Significa riconoscere una voce, la sua autenticità e la capacità di trasformare un’esperienza personale in un sentimento condiviso. La Giuria della Sezione Poesia riunisce autori e professionisti della cultura, della scrittura, del giornalismo, della storia e della critica, in un confronto che valorizza la pluralità degli sguardi e delle espressioni poetiche.
Antonio Teni,
poeta, scrittore e vincitore di numerosi concorsi letterari. ANTONIO TENI
Maddalena Corigliano
Poetessa e scrittrice, contribuisce alla Giuria con la propria sensibilità letteraria
e la conoscenza della parola poetica e narrativa. MADDALENA CORIGLIANO
Massimo Rossi Ruben
, Storico, saggista e critico d’arte e direttore per Gangemi Editore
della collana «Spazio, memoria, progetto».
Il suo percorso professionale coniuga ricerca storica, approfondimento critico
e attenzione per le espressioni artistiche e culturali MASSIMO ROSSI RUBEN
Gian Carlo Lisi
Scrittore, giornalista e sceneggiatore, è direttore e fondatore della Casa Editrice Lisi.
La sua esperienza attraversa la scrittura, l’informazione e il mondo editoriale, offrendo alla Giuria uno sguardo attento alla creazione e alla diffusione delle opere letterarie. GIAN CARLO LISI
Narrativa e poesia seguono strade differenti, ma condividono la stessa capacità di raccontare l’essere umano, custodire la memoria, interpretare il presente e immaginare il futuro. Le due Giurie rappresentano una componente essenziale del Premio Vitulivaria. Il loro lavoro richiede attenzione, responsabilità e rispetto per gli autori, le loro scelte espressive e il percorso creativo che ha dato origine a ciascuna opera. La presentazione dei giurati è anche un’occasione per raccontare le professionalità e le esperienze che contribuiscono alla crescita del Premio, rafforzandone la vocazione culturale e il dialogo con il mondo letterario. A tutti i componenti va il ringraziamento per aver accolto questo incarico e per il contributo che offriranno alla valutazione delle opere. Agli autori partecipanti va l’augurio che le loro pagine possano incontrare lettori attenti, capaci di riconoscere non soltanto la qualità della scrittura, ma anche il pensiero, la ricerca e l’umanità che ogni testo porta con sé. Perché un Premio letterario non è soltanto un momento di selezione: è un’occasione di incontro, di condivisione e di crescita culturale.
Una delle novità più interessanti di questa edizione riguarda la visibilità delle opere finaliste. Per i testi che arriveranno in finale saranno realizzati articoli di approfondimento e recensioni sulla rivista Cultura Oltre e, grazie alla collaborazione con il Dr. Gian Carlo Lisi, anche sul quotidiano di informazione Buonasera24, dove nasce un’importante iniziativa dedicata ai partecipanti al Premio Vitulivaria. Si tratta di un’opportunità che va oltre il semplice riconoscimento legato alla competizione. Significa offrire alle opere la possibilità di uscire dai confini del concorso, incontrare nuovi lettori e trovare uno spazio di attenzione e di approfondimento nel panorama dell’informazione culturale, con l’obiettivo di dare una visibilità editoriale qualificata e permettere agli autori di farsi conoscere da un pubblico più ampio.
Il ragazzo con il violino, il nuovo romanzo di Margherita Cucco, edito da Robin Edizioni
Margherita Cucco torna in libreria con Il ragazzo con il violino, un nuovo romanzo nel quale la ricostruzione storica incontra l’indagine narrativa sull’essere umano, sulle sue scelte e sulle conseguenze che possono accompagnarlo fino alla fine della vita. Quanto può essere sottile il confine tra ciò che avremmo potuto essere e ciò che siamo diventati?
Con Il ragazzo con il violino la Storia viene osservata attraverso una prospettiva intima e inquietante: quella di Reinhard Heydrich, tra i principali artefici della macchina persecutoria e genocidaria nazista.
Il romanzo In ospedale, durante i suoi ultimi giorni e ore, Reinhard Heydrich, il temutissimo “macellaio di Praga”, l’architetto dell’Olocausto, come è universalmente conosciuto, ripercorre le tappe della sua vita, iniziata sotto il segno della musica e di una vocazione ben precisa, per poi deviare in tutt’altra direzione.
Rivive l’infanzia in una famiglia di musicisti, l’adolescenza sconvolta da tragedie storiche e drammi privati, segnata dal feroce bullismo e dalle autentiche torture subite dai coetanei, l’incontro con la futura moglie Lina, il suo grande amore, ma anche colei che lo spinge a intraprendere un’altra strada, la trasformazione da giovane violinista di eccezionale talento in gerarca nazista ammirato e temuto. Mentre dà la scalata al potere, accanto ai successi della sua carriera si manifesta a poco a poco un sotterraneo disagio, un rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.
Così il flusso dei ricordi diventa anche un doloroso e spietato esame di coscienza, con la consapevolezza, alle soglie della morte, che ciò che è stato fatto non si può cambiare.
Tra ricordi, ambizioni, scelte e rimpianti, Margherita Cucco costruisce un romanzo che interroga il lettore sul peso delle decisioni e sull’impossibilità di riscrivere il passato quando ormai è troppo tardi.
“Ora di tutti i suoi gradi, titoli e decorazioni non
gli importa più nulla, mentre darebbe qualsiasi
cosa per poter suonare ancora il violino almeno
una volta.”
Il ragazzo con il violino di Margherita Cucco, edito da Robin Edizioni, è disponibile in libreria e negli store online.
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L’autrice: Margherita Cucco ha iniziato a scrivere dopo una lunga carriera come insegnante liceale. Con Robin Edizioni ha pubblicato numerosi romanzi storici, tra cui Esca il britanno (2015), Il centurione fortunato (2019), La ragazza che voleva viaggiare (2019), Antenati barbari (2022), Anita, una storia romantica (2023), Gli occhiali di Lorenzo (2024), La canzone del diavolo (2025), Isole (2025), oltre ai polizieschi Tilde e il violinista (2017) e Consiglio di classe (2022).
Ha inoltre firmato la trilogia dedicata a Tim Bergling–Avicii (2018-2021).
La sua produzione si distingue per accuratezza storica, sensibilità narrativa e capacità di dare profondità emotiva ai personaggi. La strategia di comunicazione dell’autrice Margherita Cucco è affidata a Sara Servizi Editoriali. Contatto: saraservizieditoriali@gmail.com
Lucio Zaniboni in questa lirica ha dato vita a un componimento delicato e malinconico, nel quale il ricordo di un amore vissuto intensamente si intreccia con la consapevolezza del tempo trascorso. È una poesia che parla d’amore, ma soprattutto della sua capacità di trasformarsi: dalla gioia luminosa della giovinezza alla tenerezza silenziosa della maturità, quando i ricordi diventano un rifugio e la vicinanza dell’altro rappresenta la più autentica forma di conforto. E proprio il titolo racchiude il significato più profondo dell’intera lirica, in cui il passato è evocato con nostalgia, ma non è soltanto una stagione perduta: è un patrimonio affettivo che continua a vivere nella memoria. Quando il tempo cancella le bellezze esteriori e porta con sé le energie della giovinezza, resta ciò che davvero conta: la presenza dell’altro, la mano che cerca e stringe un’altra mano. Il conforto, dunque, non consiste nel recuperare ciò che è stato, ma nel trovare ancora, nel presente, una ragione per sentirsi vicini. L’apertura è particolarmente significativa. Il poeta si rivolge direttamente alla persona amata attraverso la parola «Amore», che assume il valore di un’intima invocazione. Il ricordo non viene introdotto da una riflessione astratta, ma da un episodio concreto: un mazzo di myosotis, i delicati fiori comunemente chiamati non ti scordar di me. La scelta di questo fiore è felice e simbolicamente densa, perché anticipa il tema centrale della poesia: il desiderio di conservare ciò che il tempo inevitabilmente allontana. Era primavera, Parigi risplendeva, con un cielo turchino e i boulevards in fiore. Qui la primavera diventa la metafora della giovinezza, della vitalità e delle possibilità ancora aperte e Parigi, con la sua luminosità, partecipa emotivamente al ricordo: non è soltanto una città osservata, ma uno spazio che sembra riflettere la felicità degli innamorati. La poesia procede così per quadri successivi, quasi fossero fotografie conservate nell’album della memoria. Ogni immagine richiama una sensazione e, insieme, contribuisce a ricostruire l’identità di un amore. La luna, personificata e resa «invidiosa», sembra partecipare alla scena come una presenza indiscreta, quasi gelosa dell’intimità degli innamorati e gli occhi diventano il luogo nel quale si sono depositati gli anni felici, le stagioni attraversate insieme, la dolcezza di una vita condivisa, in cui però il tempo ha cancellato le meraviglie del passato e rivelato le insidie dell’autunno, una metafora tradizionale della maturità e dell’invecchiamento, che assume una sfumatura più dolorosa: non rappresenta soltanto il naturale declino delle stagioni, bensì le fragilità, le difficoltà e le insidie che il tempo porta con sé. Il finale costituisce il nucleo emotivo dell’intera poesia: dopo il viaggio attraverso la Parigi luminosa della giovinezza, il poeta ritorna al presente, nel quale il ricordo non è più soltanto fonte di gioia, ma anche di dolore. Ricordare significa riconoscere la distanza tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati. L’espressione «la pena nel ricordo» contiene questa ambivalenza: la memoria conserva la bellezza, ma proprio perché la conserva rende più evidente la sua irripetibilità. Eppure la poesia non si conclude nella disperazione. L’immagine «la mano nella mano» è essenziale, quasi spoglia, e proprio per questo profondamente efficace. Dopo le descrizioni di Parigi, dei fiori, della Senna e della luna, non servono più scenari suggestivi. È sufficiente un gesto. La mano nella mano rappresenta la continuità dell’amore, la vicinanza fisica ed emotiva, la scelta di non affrontare da soli il tempo che passa. Dal punto di vista formale, il componimento adotta il verso libero, con una struttura prevalentemente narrativa. I versi brevi e gli enjambement accompagnano il fluire del ricordo, mentre la successione delle immagini crea un movimento quasi cinematografico: la poesia passa da una scena all’altra, come se il poeta scorresse le pagine di un diario sentimentale. La contrapposizione stagionale fra primavera e autunno costituisce l’asse simbolico più evidente. A essa si aggiunge un contrasto spaziale ed emotivo: la Parigi ampia e luminosa della giovinezza lascia il posto alla dimensione raccolta e intima del presente. A mio avviso, il merito più interessante dell’intera lirica è quello di raccontare l’invecchiamento senza trasformarlo in una riflessione astratta o filosofica. Lucio Zaniboni parte da un’esperienza personale, affidata alla voce di chi si rivolge direttamente alla persona amata. Ma il testo supera progressivamente la dimensione privata e raggiunge una condizione universale: quella di chi, dopo aver condiviso anni di felicità con un’altra persona, si trova a fare i conti con il tempo e con le sue conseguenze. Una poesia della memoria e della fedeltà affettiva, nella quale il ricordo della giovinezza diventa il punto di partenza per una riflessione sulla fragilità dell’esistenza. Attraverso le immagini luminose di Parigi, Lucio Zaniboni ricostruisce una stagione dell’amore fatta di bellezza, leggerezza e complicità, affidando ai luoghi e ai dettagli il compito di custodire un’intera storia sentimentale. La progressiva contrapposizione tra la primavera del passato e l’autunno del presente introduce una malinconia discreta, priva di accenti drammatici, che trova la propria espressione più intensa nel verso finale, quando due persone, dopo aver camminato tra le luci di Parigi, continuano a camminare insieme, anche quando la stagione della vita è cambiata. [ M.R.Teni]
Mentre l’autunno incede non è raro incontrare nell’entroterra della Valle della Cupa, nel Salento dove io risiedo, alberi di corbezzoli, nel mio dialetto noti come rùsciuli. Il nome botanico è Arbutus unedo (= ne mangio uno solo), gli fu dato da Plinio il Vecchio ,ma è anche chiamato ceraso marino o albatro, in particolare i frutti hanno denominazioni dialettali diverse a seconda della regione, così in Liguria è chiamato: armurin, armón, arbussaru o murta, nelle Marche: ceregia marina o cocomero, in Puglia: mbriachedd, furmeculu, rusciulu, urmeculu o n’anguen, in Sardegna: alidone, olidone, arbòsc, ulioni, ghilisoni, lidone, cariasa, olioni, orioni o mela de lidone, in Sicilia: ‘mbriacula, per’i ruggia o ‘mbriaccòtt, in Toscana: albatro, in Umbria: lallarone o cerasa marina.
Il corbezzolo è una pianta originaria del Bacino del Mediterraneo, costa Atlantica fino l’Irlanda, i romani gli attribuirono poteri magici e tuttora si appende in casa un ramoscello con tre frutti come portafortuna. I frutti sono la bellezza di questa pianta, hanno un colore rosso vivo, dalla scorsa leggermente rugosa e una polpa carnosa di colore giallo. Il sapore è dolce-acidulo e possono essere gustati oltre che al naturale in diversi modi: sotto spirito, con zucchero e limone, preparare confetture, infusi, vini e liquori, decotti ecc. Il miele prodotto dai fiori di corbezzolo è prelibato e ricercato a causa della sua scarsa disponibilità ed è un prodotto tipico delle Sardegna, sovente è degustato in abbinamento al formaggio pecorino sardo. I corbezzoli sono anche una importante fonte alimentare per la fauna che vive nella macchia. Il corbezzolo è stato anche declamato da Virgilio, nell’Eneide nel libro XI si riporta che Pallante, ucciso da Turno era stato adagiato su rami di corbezzolo:
ahimé perdesti, Ausonia, e quanto, o Julo tu hai perso!» Così disse in pianto,
e subito la salma miserevole
fece apprestare, e mille scelti manda
di tutta la sua a schiera che accompagnino
(lieve conforto d’un dolore immenso)
alle paterne lacrime il corteo.
E quelli allora solleciti apprestarono, coi rami e
figlie d’albatro e di quercia,
morbida bara e il letticciolo intorno
ombrarono d’un ciel di verdi fronde(…)
Il mito di Pallante è ripreso anche da Giovanni Pascoli nell’ode “Al corbezzolo”.
In florigrafia alla pianta è attribuito il significato di stima, mentre i suoi fiori bianchi sono eretti a simbolo di ospitalità. Per chi volesse cimentarsi nella confettura di corbezzoli ecco la ricetta: 1 kg di corbezzoli maturi; 300 gr di zucchero di canna per ogni chilogrammo di polpa; succo e scorza di limone. Lavare e cuocere i corbezzoli, a fuoco lento per 15 20 minuti circa. Setacciarli in modo da separare i semi dalla polpa, questa operazione potrebbe essere ripetuta più volte per eliminare i semi. Pesare la polpa e amalgamarla con lo zucchero e il succo di limone, aggiungere un bicchiere d’acqua e una scorzetta di limone tagliata a fettine o grattugiata. Fare cuocere a fuoco lento, mescolando spesso fino a far diventare il composto denso, infine raffreddare e sistemare nei vasetti previamente lavati e sterilizzati.
Maria Rosaria Perrone
AL CORBEZZOLO
O tu che, quando a un alito del cielo
i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,
tu no, già porti, dalla neve e il gelo
salvi, i tuoi frutti;
e ti dà gioia e ti dà forza al volo
verso la vita ciò che altrui le toglie,
chè metti i fiori quando ogni altro al suolo
getta le foglie;
i bianchi fiori metti quando rosse
hai già le bacche, e ricominci eterno,
quasi per gli altri ma per te non fosse
l’ozio del verno;
o verde albero italico, il tuo maggio
è nella bruma: s’anche tutto muora,
tu il giovanile gonfalon selvaggio
spieghi alla bora:
il gonfalone che dal lido etrusco
inalberavi e per i monti enotri,
sui sacri fonti, onde gemea tra il musco
l’acqua negli otri,
mentre sul poggio i vecchi deiformi
stavano, immersi nel silenzio e torvi
guardanti in cielo roteare stormi
neri di corvi.
Pendeva un grave gracidar su capi
d’auguri assòrti, e presso l’acque intenta
era al sussurro musico dell’api
qualche Carmenta;
chè allor chiamavi come ancor richiami,
alle tue rosse fragole ed ai bianchi
tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api: sciami,
àlbatro, e branchi.
Gente raminga sorveniva, e guerra
era con loro; si sentian mugliare
corni di truce bufalo da terra,
conche dal mare
concave, piene d’iride e del vento
della fortuna. Al lido navi nere
volgean gli aplustri con d’opaco argento
grandi Chimere;
che avean portato al sacro fiume ignoto
un errabondo popolo nettunio
dalla città vanita su nel vuoto
d’un plenilunio.
Le donne, nuove a quei silvestri luoghi,
ora sciogliean le lunghe chiome e il pianto
spesso intonato intorno ad alti roghi
lungo lo Xanto;
ed i lor maschi voi mietean di spada,
àlbatri verdi, e rami e ceree polle
tesseano a farne un fresco di rugiada
feretro molle,
su cui deporre un eroe morto, un fiore,
tra i fiori; e mille, eletti nelle squadre,
lo radduceano ad un buon re pastore,
vecchio, suo padre.
Ed ecco, ai colli giunsero sul grande
Tevere, e il loro calpestio vicino
fugò cignali che frangean le ghiande
su l’Aventino;
ed ululò dal Pallantèo la coppia
dei fidi cani, a pie’ della capanna
regia, coperta il culmine di stoppia
bruna e di canna;
e il regio armento sparso tra i cespugli
d’erbe palustri col suo fulvo toro,
subitamente risalia con mugli
lunghi dal Foro;
e là, sul monte cui temean le genti
per lampi e voci e per auguste larve,
alta una nera, ad esplorar gli eventi,
aquila apparve.
Volgean la testa al feretro le vacche,
verde, che al morto su la fronte i fiocchi
ponea dei fiori candidi, e le bacche
rosse su gli occhi.
Il tricolore!… E il vecchio Fauno irsuto
del Palatino lo chiamava a nome,
alto piangendo, il primo eroe caduto
delle tre Rome.
Giovanni Pascoli,
(da “Odi e inni”, Bologna Zanichelli 1906)
[i] P.Virgilio Marone, Eneide, versione poetica introduzione e commento di A. Bacchelli, Paravia
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